mercoledì 14 ottobre 2009

Perché non ti interessi al mio ombelico?

Quando si parla di difficoltà dei giornali, bisognerebbe ricordarsi di questo.

E parecchio interessante, en passant, è anche questa analisi dei dati di vendita.

Per essere un po' più chiari, le cose stanno così: numeri alla mano (che trovate come sempre su Prima Comunicazione) i giornali nazionali principali sono molto più in difficoltà di quelli settoriali e di quelli locali. Anzi, qualcuno di questi ultimi non pare affatto in difficoltà. Le interpretazioni possibili sono evidentemente due (e non si escludono). I grossi fanno un cattivo servizio, coinvolti come sono in interessi che sono dei loro editori, più che dei loro lettori. Oppure (o anche), più si va verso tematiche nazionali, più ci si occupa del "palazzo", meno i lettori sono interessati. Mentre, ovviamente, più si va vicino a loro, più interessati sono.

Il primo link invece serve a ricordarsi del paradosso assoluto: oggi 14 ottobre 2009, i principali giornali nazionali titolano e si occupano per lo più di beghe fra direttori, citandosi e sputtanandosi a vicenda o parlando del loro ombelico. E poi dice che uno si disaffeziona.

martedì 6 ottobre 2009

Nuovo appello del 20 ottobre 2009

Sono aperte le iscrizioni (sito dell'università) all'appello del 20 ottobre, ore 10.30 in via di Montfort. Le iscrizioni si chiudono domenica 18 ottobre.

lunedì 5 ottobre 2009

La posizione di Clay Shirky sul giornalismo

Dopo essersi espresso a marzo scorso (ne avevamo parlato), Clay Shirky esplicita ulteriormente le sue riflessioni (che riprendo diffusamente su Apogeonline), sostenendo addirittura che il giornale è stato un'anomalia della storia per una serie di coincidenze superate e non più recuperabili.

Dunque, addio al giornale, se non in forma residuale. Il giornalismo però non avrà tutto la stessa sorte, perché le notizie sono di vario tipo. Quelle specialistiche (dati finanziari, banche dati giurisprudenziali) sono utili ad una minoranza di professionisti disposti a pagare abbonamenti (Financial Times, Wall Street Journal). Lo stesso modello però non è applicabile al giornalismo di pubblica utilità (accountability journalism), perché questo trae il proprio valore dalla più ampia e libera circolazione possibile (altrimenti non avrebbe alcun effetto sociale). Ma siccome per circolare, al tempo di internet, deve essere libero e la pubblicità non rende abbastanza, ci vogliono semplicemente altri modi per produrlo. Se non lo può fare il mercato, dovrà farlo l'intervento pubblico o la collaborazione sociale volontaristica. C'est tout. Ma è un terremoto. Specie perché è radicale e circostanziato. E pessimista: dice chiaramente che ci potrà essere un periodo di vuoto di accountability journalism, finché non troveremo un modo valido per produrlo. E che questo potrebbe danneggiare la democrazia. E' perciò importante sperimentare strade nuove, per trovar prima quella giusta. E smettere di tentar di salvare i giornali.

Su Apogeonline ne parlo più diffusamente, unendo anche alcune considerazioni sulla proposta di Carlo De Benedetti di tassare i fornitori di connettività per pagare i contenuti. Sì, avete capito bene. Una proposta che a me sembrava ovvia nel 1999, quando a tutti sembrava una bestemmia. Ora la fa sua uno dei principali editori italiani. Una proposta tutt'altro che semplice e priva di difetti, ma forse più realistica dei micropagamenti.