martedì 31 marzo 2009

Annullata la lezione di mercoledì 1 aprile.

Come previsto, anche questa settimana salta la lezione del mercoledì pomeriggio (non è un pesce d'aprile). Ci vediamo dunque alle 10 di giovedì 2 aprile!

mercoledì 25 marzo 2009

Un modello si troverà, no?

All'Economist temono che stia per esplodere una seconda bolla su internet, dopo quella della new economy. Ed è la bolla del "tutto gratis". Con i vincoli di accesso sempre più bassi per le nuove attività su internet, grazie ai grandi progressi tecnologici, sempre più servizi cercano di attrarre utenti creando effetti di rete. Il problema è che molti di essi, anche titolati, non stanno trovando il modo di monetizzare. Qualcuno ha venduto, vendendo così anche il problema (YouTube e MySpace rispettivamente a Google e a News Corporation di Rupert Murdoch). Facebook sembra aver individuato una strada con Facebook Connect: funzionerà?

Altri però non hanno un vero modello. Al di là di quel che sostiene Chris Anderson nel suo prossimo libro "Free" (anticipato in un articolo). E infatti Anderson non la prende benissimo e contesta all'Economist che il modello basato sulla pubblicità non renda.

Anche ieri (notizia sul Manifesto) la IAB dice che nonostante la crisi la pubblicità online cresce. Ma non dice che va soprattutto ai motori di ricerca e soprattutto che fa volumi ancora irrisori rispetto a stampa e tv. Aumenterà, certo: ma fino a raggiungerli?

Twitter è fra i servizi free che si prepara ad ospitare pubblicità, ma ha rinunciato agli utili fino al 2010. E d'altra parte è incredibile che avendo milioni di utenti non si riesca a vendergli nulla, dicono alcuni lettori dell'Economist nei commenti all'articolo. Un modello (di business) si troverà, no?

Neanche a farlo apposta, su TechCrunch esce contemporaneamente una riflessione di Eric Clemmons, professore all'Università della Pennsylvania. Che dice che no, l'advertising non funzionerà, perché la gente non lo vuole e non ne ha bisogno. Altro duro colpo per Anderson. E tuttavia, sì, un nuovo modello si troverà. Vendere direttamente cose. Informazioni. Gadget. Articoli collegati. Accessori ed esperienze in comunità virtuali.

Qualcuno lo sta facendo.

lunedì 23 marzo 2009

Annullata la lezione di mercoledì 25 marzo 2009

Causa impegni non rinviabili, sono costretto ad annullare la lezione di mercoledì pomeriggio. La recupereremo parzialmente giovedì mattina. Dalle 10 alle 13 circa, faremo tre ore invece delle consuete due.

Avremo il tempo di andare avanti con le lezioni e di discutere dei lavori fatti e da fare. A giovedì!

giovedì 19 marzo 2009

Il giornalismo d'inchiesta non lo fanno i grandi giornali

C'è un pezzo di TechDirt che prova a sollevare il velo su una delle grandi ipocrisie connesse allo spauracchio del declino dei giornali, e cioè: chi farà più giornalismo d'inchiesta?

Si suppone infatti che il giornalismo d'inchiesta sia dispendioso e che solo i grandi gruppi possano garantirlo.

Il pezzo dice, portando alcuni esempi, che questo è semplicemente un mito. I grandi giornali investono (e hanno sempre investito) assai poco sul giornalismo d'inchiesta. Geoff Dougherty è un tizio che sostiene che con 2 milioni di dollari l'anno è in grado di fornire una copertura giornalistica dell'area di Chicago migliore del Chicago Tribune: e lo sta dimostrando.

Attenzione, però: sebbene 2 milioni all'anno sono molto meno del budget del Chicago Tribune (che è in bancarotta, pare), stiamo sempre parlando di una bella cifra. Non esattamente il budget del citizen journalist più comune. Allora forse il problema è un altro: ristrutturare le spese, il modo di organizzarsi dei gruppi editoriali. Tagliando sprechi e privilegi: io credo si possa fare un buon sito giornalistico locale di un'area metropolitana con assai meno di 2 milioni di dollari, o di euro. Facendo anche giornalismo d'inchiesta.

Ma, certo, quei soldi bisogna metterli insieme. E in ogni caso i banner non bastano.

lunedì 16 marzo 2009

Il futuro del giornalismo

In questi giorni si stanno moltiplicando le riflessioni (in occasione di convegni, festival, e non) sul futuro del giornalismo. Non solo online: del giornalismo tutto. Riassumo qui alcuni link a cose interessanti:

Christian Rocca parla di difficili modelli di business:
Riusciranno Time e Newsweek a salvare i giornali misteriosamente scomparsi su Internet?
I giornali sono in crisi, licenziano, chiudono uffici di corrispondenza e – nel caso di Us News & World report, Christian Science Monitor e Detroit Free Press – abbandonano addirittura la pubblicazione cartacea per traslocare in toto su Internet, in realtà senza serie garanzie di sopravvivenza. L’unica impresa giornalistica online autosufficiente a oggi è quella del giovane The Politico, i cui ricavi però arrivano al sessanta per cento dalla pubblicità raccolta dall’edizione cartacea distribuita tre volte a settimana al Congresso di Washington.


Clay Shirky parla di come le cose possano cambiare in maniera definitiva e di come potrebbe non esserci una soluzione. Luca Sofri riprende il pezzo e lo commenta.

Giuseppe Granieri addirittura parla di "Canto del cigno dei giornali".

Infine Steven B. Johnson (quello di "Tutto quello che fa male ti fa bene") riporta il testo di un suo discorso sullo stesso argomento.

Tutti vertono sul fatto che la società ha bisogno del giornalismo, come funzione, non dei giornali, come sono ora. Questo prelude a due possibilità: il salvataggio del giornalista come figura e come ruolo (non necessariamente incarnato da un professionista, ma è chiaro che qui gli elementi per uno che volesse mantenere l'ordine così come sta ci sono tutti...), e la totale assenza di un modello di business chiaro per il futuro.

Ora: può esistere il giornalismo come funzione, se non c'è un modello di business? Ripensando a come sono nati i giornali e alla funzione (non solo sociale, ma anche economica) che hanno svolto, come si può immaginare un giornalismo libero, nel senso di indipendente da poteri altri, in assenza di un modello di business? Che non deve essere esattamente quello vecchio. Ma, voglio dire, è possibile scindere il giornalismo dal suo business, in assoluto?

A questo quadro si unisce un altro spunto, dal Corriere Economia di oggi: Google si sta interessando al giornalismo locale, l'unico che sembra avere un qualche valore monetizzabile per i lettori. Lo fa, in tre cittadine attorno New York, alla solita maniera di Google: con il tutto gratis, e attingendo anche dai semplici cittadini, unendo in un aggregatore (Patch) orientato alla comunità locale le tendenze del giornalismo dal basso. Fuor di metafora: si sta mangiando anche il giornalismo dal basso? E' da interpretare come un attacco ai giornali locali? Anche qui, più di tutto colpisce il fatto che non è un'iniziativa economicamente sostenibile, ma che sfida direttamente un business che regge abbastanza.

Perché ho l'impressione che assomigli a questa strategia?

mercoledì 4 marzo 2009

Primo post e questionario

Questo è il primo post del blog per il corso di Giornalismo e Nuovi Media 2008/2009 dell'Università di Trieste.

Serve per comunicazioni rapide, annotazioni, commenti, prove.

Il primo link da seguire è quello del questionario da completare per i partecipanti: eccolo.